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16/05/201714:22

Cosa ci insegna la follia di Blue Whale

Ancora una volta internet finisce sotto accusa. Anzi finisce sotto accusa il rapporto tra internet e gli adolescenti. A scatenare l’attacco stavolta è il caso 'Blue Whale' il gioco che avrebbe spinto al suicidio diverse decine di ragazzi in Russia. Si tratta di un gioco nel quale i ragazzi, attraverso un social network vengono prima ingaggiati e poi coinvolti a partecipare attraverso un percorso che prevede mutilazioni, costrizioni, in un crescendo di sottomissione che, alla fine, arriva al suicidio. “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società - ha spiegato , 22enne russo Philipp Budeikin, il reo confesso studente di psicologia e ideatore del gioco - Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza’’.
A scatenare l’attacco stavolta è il caso 'Blue Whale' il gioco che avrebbe spinto al suicidio diverse decine di ragazzi in Russia
Sono parole forti. Un vero e proprio pugno nello stomaco. Eppure, ogni giorno sui social, decine di adolescenti vanno alla ricerca proprio di questi giochi, di queste sfide. In rete sono presenti numerosi spazi in cui vengono indotti gli adolescenti al suicidio, in cui la vita ha un senso e significato che non dovrebbe avere, troppo labile, che diventa quasi un gioco perverso o una condizione “normale”. Ci sono anche tantissimi spazi dedicati all’autolesionismo, dove si creano delle vere e proprie comunità di rinforzo, dove si sollecitano i ragazzi a farsi del male come soluzione ai problemi, ci sono spazi in cui si spiega come tagliarsi le vene senza uccidersi e altri invece sul come fare per ammazzarsi. Ho lanciato l’allarme nel libro L’autolesionismo nell’era digitale edito da Alpes perché vedo ciò che fanno realmente i ragazzi in rete e quanto solo vulnerabili in questa fascia di età.
gni giorno sui social, decine di adolescenti vanno alla ricerca proprio di questi giochi, di queste sfide
Ci sono anche tantissimi spazi dedicati all’autolesionismo, dove si creano delle vere e proprie comunità di rinforzo, dove si sollecitano i ragazzi a farsi del male
Ho lanciato l’allarme nel libro L’autolesionismo nell’era digitale edito da Alpes perché vedo ciò che fanno realmente i ragazzi in rete e quanto solo vulnerabili in questa fascia di età.
Tanti vanno alla ricerca delle parti più nere del web perché vogliono capire le loro parti più profonde, più oscure, vogliono dare un senso alle cose, risposte e tante, anzi troppe, volte trovano dall’altra parte chi è in grado di cogliere questi segnali di vulnerabilità e chi riesce a dargli quello di cui hanno bisogno in quel momento per adescarli, per portarli a sé e poi fargli un lavaggio del cervello. In rete ci sono veramente una miriade di esche lasciate da questa gente malata e distorta che si approfitta delle fragilità adolescenziali. Ci sono sette sataniche, adescatori sessuali, manipolatori mentali, troppi spazi virtuali di perversione e di rischio per i ragazzi che non sono in grado di gestire queste situazioni più grandi di loro perché non hanno ancora gli strumenti adatti.
Tanti vanno alla ricerca delle parti più nere del web perché vogliono capire le loro parti più profonde, più oscure, vogliono dare un senso alle cose, risposte e tante, anzi troppe, volte trovano dall’altra parte chi è in grado di cogliere questi segnali di vulnerabilità
Occorre saper cogliere i campanelli di allarme e saper riconoscere la navigazione dei nostri ragazzi. Per esempio un segnale da seguire sono gli # hashtag che vengono usati. E’ infatti attraverso questi strumenti che vengono rivelate le community all’interno delle quali vogliono riferirsi. Sembra un meccanismo complesso ma veramente non lo è. E’ l’adolescente che in qualche modo si rende adescabile e loro sfruttano le vulnerabilità e coltivano purtroppo in un terreno mentale troppo fertile.
Occorre saper cogliere i campanelli di allarme e saper riconoscere la navigazione dei nostri ragazzi.

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