Reti integrate e Pdta, un convegno a Roma ne disegna il futuro

17/06/2017 07:41:16
La cronicità e lo sviluppo di un sistema che mette il paziente al centro per avere risultati migliori a costi sostenibili sono stati al centro della giornata organizzata ieri presso il senato da Core "Collaborative Outcome Research Evaluation", una nuova struttura per l’attività di ricerca in ambito sanitario attivata attraverso una partnership con Cineca. Nell’ambito di questo cambiamento indifferibile e necessario per motivi sanitari e economici, grande importanza rivestono i Pdta, i percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali. Essi rappresentano gli strumenti con cui regioni e Asl definiscono le modalità di erogazione dell’assistenza centrata sul paziente e la sua presa in carico secondo il contesto sociale e sanitario e le risorse disponibili. Per farlo, coinvolge vari professionisti seguendo il paziente fin dall’inizio della malattia e lungo le varie fasi, soddisfacendo bisogni sanitari, e non solo sanitari, che mutano nel tempo.

Oggi esistono centinaia di Pdta molto differenti anche quando si riferiscono alla stessa patologia perché  realizzati a livello di regione e talora di Asl, quindi in contesti diversi e seguendo linee guida non tutte di uguale spessore scientifico. «Esistono realtà differenti e approcci regionali e questo non è  un fatto negativo di per se, anzi può costituire una ricchezza» ha osservato il direttore di Core, Nello Martini «è però necessario che i Pdta siano valutabili per ricondurre le differenze a condizioni di equità di accesso per i pazienti, evitando disuguaglianze. È opportuno guidare fin da adesso un processo che impedisca, tra qualche anno, di dire che le regioni hanno diversificato troppo. Per questo è necessario analizzare e confrontare i Pdta in modo scientifico. E in questa ottica il progetto PdtaLab, presentato ieri, consente non solo la raccolta e la classificazione di tutti i documenti ma anche la loro decodifica per confrontare processi e risultati e permetterne l’evoluzione.

Il processo che vede la sanità «prendere in carico» il paziente cronico richiede cambiamenti: alle Regioni e alle Asl per la nuova organizzazione, al medico di medicina generale (che lavorerà nell’ambito delle aggregazioni, con cartelle cliniche condivise e passerà a operare non più solo in base all’esperienza personale ma in collaborazione con lo specialista e nell’ambito di percorsi assistenziali indicati dai Pdta), alla farmacia, chiamata a lavorare sull'aderenza alla terapia e integrata nelle Aft e Uccp (aggregazioni funzionali territoriali e unità complesse di cure primarie). «Se non entrerà nelle reti integrate delle cure primarie il medico di medicina generale rischierà l’emarginazione» ha osservato Martini «e lo stesso destino incombe sulla farmacia. Se rimarrà isolata, non interconnessa in rete la farmacia rischia di essere schiacciata tra il capitale e le reti delle cure primarie. La farmacia oggi è chiamata a scegliere e a ragionare sull’integrazione con le reti». (SN)

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