Cartabellotta (Gimbe): su farmacia dei servizi meglio approccio empirico

10/05/2016 04:32:01
Per “sdoganare” definitivamente la farmacia dei servizi e convincere le Regioni a investirci, potrebbe essere proficuo procedere per singoli percorsi di prevenzione e cura, identificando di volta in volta quelli nei quali la farmacia può intervenire a costi inferiori e con un’efficacia superiore rispetto alle strutture del Ssn. E’ la riflessione che arriva da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), il think tank nato nel 1996 per promuovere anche in Italia la evidence-based medicine. Da sempre sensibile ai problemi dell’appropriatezza e dei finanziamenti sanitari, la Fondazione era intervenuta nei giorni scorsi per commentare i dati dell’ultimo rapporto Osservasalute, dal quale emergeva una relazione tra calo dell’aspettativa di vita ed esiguità degli investimenti in prevenzione. Per Gimbe, in particolare, sono da stigmatizzare i comportamenti di quelle Regioni che trascurano le campagne di screening, in particolare sulle patologie oncologiche di maggiore impatto.

Presidente, in un recente articolo sul Sole 24 Sanità firmato dalla Fondazione, accusate esplicitamente le Regioni di “sotto-utilizzo degli screening efficaci nel ridurre la mortalità”. E fate capire che alla base spesso non c’è carenza di fondi, ma di mancato impiego…
Proprio così. Le nostre valutazioni originano da un’analisi della Fondazione Gimbe condotta su undici anni di adempimenti regionali: abbiamo valutato le performance regionali 2003-2013 sull’adempimento agli screening oncologici utilizzando l’indicatore 2 della “Griglia Lea”, che descrive le attività dei tre programmi organizzati (mammella, cervice uterina e colon-retto) e l’adesione da parte della popolazione eleggibile. Nel periodo in esame lo score cumulativo dei 21 sistemi sanitari regionali, anche se progressivamente aumentato da 75 a 176, è rimasto ben al di sotto del punteggio massimo di 315, garanzia di una copertura degli screening oncologici in almeno il 50% della popolazione target. Emerge pertanto un sotto-utilizzo di screening efficaci nel ridurre la mortalità con inaccettabili diseguaglianze regionali: a fronte di uno punteggio regionale massimo di 165, il range oscilla dai 127 punti della Valle d’Aosta ai 12 della Puglia. Tutto questo a dispetto del Piano Screening 2007-2009 che, nel tentativo di superare le criticità nelle Regioni meridionali e insulari, ha stanziato risorse aggiuntive per € 41,5 milioni destinate ad Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna: è la piena dimostrazione che una maggior disponibilità di risorse non è sufficiente per risolvere i problemi.

Dalle vostre analisi emergono evidenze di una correlazione tra partecipazione delle farmacie alle campagne di screening e migliori livelli di partecipazione degli assistiti?
L’analisi effettuata dalla Fondazione non aveva questo specifico obiettivo, anche per la mancanza di dati sistematici. Numerose Asl, su mandato regionale o in autonomia, hanno coinvolto le farmacie nei programmi di screening oncologici, in particolare per la distribuzione del kit per il test di primo livello per lo screening del carcinoma del colon-retto. Tuttavia, questa situazione a macchia di leopardo non permette di stabilire una correlazione tra partecipazione delle farmacie e tasso di adesione agli screening.

Tra le aree d’intervento della farmacia dei servizi c’è la prevenzione. Lei ritiene che può essere una risorsa importante per ridurre quel “sotto-utilizzo” di cui si diceva prima?
La farmacia è un luogo a elevata frequenza da parte dei cittadini-pazienti, per cui i presupposti teorici ci sono. Ma bisognerebbe rispondere a questo quesito di ricerca con metodi adeguati, in particolare nelle Regioni con maggiori criticità: in altre parole, non possiamo dare per scontato che il coinvolgimento delle farmacie dei servizi aumenti il tasso di adesione agli screening oncologici, dato che deve essere dimostrato con rigorose sperimentazioni.

Se le Regioni sono restie a investire nei nuovi servizi in farmacia, è un problema di mancanza di programmazione come già nel caso degli screening, oppure c’è anche un problema politico?
I tre decreti attuativi sulla farmacia dei servizi sono stati elaborati in un momento storico in cui il tema della sostenibilità del Ssn non era ancora al centro della scena. I decreti prevedevano di fare della farmacia un presidio di zona dove poter effettuare indagini diagnostiche di primo livello, trovare personale formato e dedicato alla corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche, attivare forme di assistenza a domicilio per i pazienti più fragili, oltre che erogare attività di prenotazione delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale, pagamento delle relative quote di partecipazione alla spesa a carico del cittadino e ritiro dei referti. Rileggendo oggi quei decreti, emerge forse un concetto di “farmacia dei servizi” troppo estensivo, che ha contribuito a influenzare negativamente la decisione di investire. Se è indiscutibile che molte delle funzioni assegnate alle farmacie sono efficaci e verosimilmente anche costo-efficaci, è anche vero che per alcuni servizi va evitato il rischio di “medicalizzare” ulteriormente la società. Peraltro, alcune delle indagini di “prima istanza” previste sono oggi considerate come sorvegliati speciali nel decreto appropriatezza, mentre per altre – come la spirometria – mancano le prove di efficacia del loro utilizzo come test di screening. Ecco perché, oltre al coinvolgimento della farmacia dei servizi nei percorsi organizzativi-amministrativi, sarebbe opportuno identificare i singoli percorsi di prevenzione e cura dove la farmacia può intervenire con interventi di provata efficacia e, magari, essere più costo-efficace delle strutture del Ssn. Rimane il fatto che, in questo momento di continuo definanziamento del Ssn, per ogni nuovo servizio o prestazione bisogna identificare da dove disinvestire e, indubbiamente, è molto difficile per le Regioni disinvestire dal pubblico per riallocare nel privato. (AS)

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