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Ddl concorrenza, da economisti altri dati per ricetta solo in farmacia

16/05/2015 08:01:58
Anche se alla Camera, nelle commissioni Finanze e Attività produttive, deve ancora cominciare l’esame vero e proprio del ddl concorrenza, da esperti ed economisti continuano ad arrivare dati che sconsigliano ai politici eventuali ripensamenti sul no alla ricetta fuori della farmacia. Dati come quelli proposti dalla ricerca che l’Osservatorio consumi privati in sanità della Sda Bocconi (uno dei “templi” del pensiero liberista italiano) ha condotto proprio per misurare gli effetti del ddl concorrenza. Lo studio, infatti, smonta con la chiave dell’evidenza le tre argomentazioni abitualmente sventolate da chi vorrebbe la deregulation della fascia C. Vediamole una alla volta.

Per cominciare, l’accessibilità: con la ricetta fuori della farmacia, è la tesi dei simpatizzanti di gdo e parafarmacie, aumenterebbero i punti vendita e di conseguenza migliorerebbe l’accessibilità all’etico non rimborsato. Risposta, la capillarità della rete territoriale delle farmacie assicura già oggi la piena accessibilità al farmaco: «In media» spiega a Filodiretto Erika Mallarini, direttore scientifico dell’Osservatorio e docente della Sda Bocconi. «l’81% della popolazione può raggiungere una farmacia in 6 minuti e 20 secondi, a piedi o con un mezzo pubblico». Il parametro, specifica la docente, ha per fonte l’indagine multiscopo effettuata dall’Istat su un campione di 23.158 famiglie, rappresentative di un universo di oltre 25 milioni di nuclei familiari. «La ricerca» sottolinea «presenta un’attendibilità al 99% e un margine di errore di +/-0,85».

Seconda argomentazione: la deregulation dei farmaci con ricetta aumenterebbe i posti di lavoro e l’occupazione. Risposta, i dati degli atenei italiani dicono che già oggi i farmacisti sono al quarto posto nella classifica dei laureati che trovano più velocemente un posto di lavoro all’uscita dall’università. «Il 62%» specifica Mallarini «trova occupazione entro un anno dalla laurea, l’87% entro cinque anni. Quello dell’occupazione non è tra i problemi di questa professione».

Terzo argomento: liberalizzare significherebbe ridurre i prezzi dei farmaci con ricetta. «In Italia i prezzi sono già bassi» è la replica di Mallarini «rispetto alla media Ue del 18,9% e addirittura del 30,9% se il confronto è con l’Unione europea a 14 paesi. E’ vero che in Italia gli Otc costano un po’ di più che altrove, ma già sono stati liberalizzati».
Di tutti i luoghi comuni pro-liberalizzazione, quello che si rivela più vuoto una volta smascherato è il falso mito dell’accessibilità. E pensare che è uno dei cavalli di battaglia dell’Antitrust, tanto da lasciare il segno anche nella relazione governativa (Air, Analisi di impatto della regolamentazione) che accompagna il ddl concorrenza: «Il contingentamento del numero di farmacie presenti sul territorio nazionale», si legge nel documento, è di ostacolo a «una razionale e soddisfacente distribuzione territoriale degli esercizi basata sulla domanda dei consumatori». «E’ evidente che in chi scrive queste cose c’è parecchia confusione» commenta un altro economista molto critico verso la deregulation della fascia C, Fabrizio Gianfrate «la rete delle farmacie è distribuita sul territorio in modo razionale e soddisfa pienamente le esigenze di salute. Il fatto è che temi come il servizio farmaceutico non possono essere lasciati a tecnici che mostrano di avere scarsissima conoscenza della materia». Che almeno se ne renda conto la politica. (AS)

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