Hiv, ancora pochi gli italiani che sanno dell’autotest in farmacia

14/07/2017 00:25:29
Per otto italiani su dieci rappresenta «un passo avanti per la salute pubblica» il fatto che in farmacia possa essere disponibile un test per l’autodiagnosi dell’hiv/aids. Ma soltanto il 20% se che in Italia questo è oggi già possibile. E’ quanto rivela l’indagine demoscopia condotta da Swg a sette mesi dallo sbarco nelle farmacie italiane del primo autotest per hiv e aids, commercializzato da Mylan. Commissionata da Nps Italia Onlus e Fondazione The Bridge, la ricerca ha indagato le opinioni degli italiani in merito alla malattia e alla sua diagnosi.

Per cominciare, il virus e la sua diffusione continuano a far paura: il 69% del campione ritiene che la malattia sia ancora molto o abbastanza diffusa e il 96% giudica importante la disponibilità di un test per la diagnosi precoce. Anche perché il 58% degli interpellati è convinto che, sul tema, l’attenzione delle istituzioni sia insufficiente. Quando però si chiede loro se sanno che esiste un dispositivo per l’autodiagnosi utilizzabile in tutta comodità e senza ricorrere ai servizi sanitari, il 75% risponde no e il 6% dice di non ricordare.

L’indagine fa capire che è soltanto un problema di informazione, perché quando vengono messi al corrente delle caratteristiche salienti dell’autotest (una piccola puntura sul polpastrello e risultati entro 15 minuti) gli interpellati mostrano netto favore: il 93% lo ritiene utile, l’89% considera opportuna la disponibilità di un esame diagnostico come questo al di fuori dei servizi sanitari, il 70% non mostra dubbi sull’attendibilità dei risultati. In più, l’80% approva che il dispositivo sia in vendita senza l’obbligo della ricetta medica e l’82% considera che la dispensazione in farmacia sia un passo avanti nella tutela della salute.

«A sette mesi dalla commercializzazione» ha osservato Rosaria Iardino, presidente della Fondazione The Bridge, intervenendo alla conferenza stampa organizzata con Mylan per presentare la ricerca «l’autotest è oggi uno strumento dall’utilizzo diffuso che dobbiamo continuare a sostenere». «Oggi la nostra sfida» ha aggiunto Armando Toscano, ricercatore del Centro studi di Fondazione The Bridge «è quella di arrivare alle 30 mila persone sieropositive che non sono coscienti della propria condizione. Si tratta di uno zoccolo duro di persone che forse nemmeno immagina che l'hiv possa essere un problema che li riguardi». «Fare il test da soli» ha osservato Margherita Errico, presidente di Nps Italia onlus «risolve all’origine il timore per la mancata privacy sul risultato dell’esame, e aggancia la persona che ne ha bisogno direttamente alla struttura sanitaria più adatta, ossia la farmacia».

D’accordo il presidente della Fofi, Andrea Mandelli, che ha ricordato quanto sia importante, per test di autoanalisi su patologie delicate come l’hiv, contestualizzare la dispensazione in un ambiente «pronto a farsi carico delle necessità della persona che sorgono fin dall’istante successivo all’esecuzione del test». Marco Cossolo, presidente nazionale di Federfarma, ha invece rammentato il contributo che le farmacie possono assicurare nella prevenzione e nell’educazione sanitaria: «Far conoscere l’autotest ai propri assistiti» ha continuato Cossolo «diventa anche l’occasione per richiamare l’attenzione sull’opportunità di cautelarsi contro hiv e altre malattie sessualmente trasmissibili». «Nel nostro Paese ci sono 3.500 nuovi casi di hiv ogni anno» ha ricordato infine Eleonora Cimbro, vicepresidente del Comitato permanente sulla politica estera e relazioni esterne dell’Unione europea della Camera dei deputati «il self-test è una grande intuizione che sfida i pregiudizi e la scarsa conoscenza». (AS)

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