Fondazione Gimbe: per salvare il Ssn urge piano nazionale contro sprechi

08/06/2016 06:43:56
Nel 2025 il fabbisogno del Servizio sanitario nazionale ammonterà a 200 miliardi di euro, una cifra che potrà essere coperta soltanto se la spesa verrà sorretta da tre interventi duraturi: un congruo incremento della «quota intermediata» della spesa privata, l’adozione di un piano nazionale di disinvestimento dagli sprechi e, infine, un’adeguata ripresa del finanziamento pubblico. E’ la ricetta che arriva dalla Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) e dal suo Rapporto 2016-2025 sulla sostenibilità del Ssn, presentato ieri a politica e istituzioni in un incontro ospitato nella Biblioteca del Senato. Summa degli studi e delle analisi condotti negli ultimi tre anni dalla Fondazione sotto l’egida della campagna #salviamoSSN, il Rapporto aggiorna al 2015 l’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica: quasi 25 miliardi di euro buttati per eccessi di spesa, frodi, abusi, acquisti a costi ingiustificati, sotto-utilizzo, complessità amministrative e inadeguato coordinamento dell’assistenza. «L’attuale deriva del Servizio sanitario nazionale» ha osservato Nino Cartabellotta, presidente del Gimbe «non scaturisce da un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione, ma dall’assenza di una strategia orientata alla salvaguardia della sanità pubblica, già sofferente prima della crisi e oggi agonizzante per la continua riduzione del finanziamento».

La proposta che arriva dalla Fondazione, dunque, è quella di un «piano di salvataggio» del Ssn in cinque punti che fa leva sulla riforma costituzionale e sul ritorno allo Stato delle competenze fondamentali in materia di salute: dare stabilità e certezza alle risorse destinate al Servizio sanitario, rimodulare i Lea (Livelli essenziali di assistenza) per assicurare agli assistiti le prestazioni di valore più elevato, ripensare la sanità integrativa, rimettere la sanità sempre al centro dell’agenda politica nazionale, monitorare le Regioni per garantire l’ottimale allocazione delle risorse. «Se vogliamo realmente salvare il Ssn» avverte ancora Cartabellotta «abbiamo poco tempo: dopo l’aggravamento delle diseguaglianze regionali e il peggioramento della qualità dell’assistenza, la deriva in cui vaga il Ssn sta cominciando a far sentire i suoi effetti anche sui tassi di mortalità del nostro Paese».

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