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Concordato preventivo, bilancio negativo ma farmacie migliorano

05/06/2014 06:24:29
Come strumento per accompagnare fuori dalla crisi le imprese indebitate, il concordato preventivo ha sostanzialmente deluso. Lo dice, dati alla mano, un’indagine condotta dall’Osservatorio dell’università di Brescia sui processi di risanamento delle imprese e lo confermano esperti e commercialisti che operano nel comparto farmacia. La ricerca ha messo sotto la lente più di 1.200 procedure concorsuali aperte in un triennio in cinque tribunali lombardi (Milano, Brescia, Bergamo, Crema e Cremona): la maggior parte delle imprese coinvolte è di piccole dimensioni (meno di 20 dipendenti e fatturato inferiore ai 5 milioni annui), appartiene in prevalenza al comparto del commercio e dell’edilizia e rivela scarsa patrimonializzazione. Gli esiti? Sul totale dei concordati esaminati, la metà circa si è conclusa comunque con il fallimento dell’azienda. Non supera l’1%, poi la quota delle procedure di tipo dilatorio (ricontrattazione dei termini di pagamento), mentre nella restante parte dei casi (proposta di pagamento di una percentuale di soddisfazione ai creditori) l’offerta è solitamente inferiore al 40%.
Il quadro che emerge vale anche per il comparto farmacia? Ad ascoltare gli esperti parrebbe proprio di sì. «Il concordato nasceva da finalità condivisibili» osserva Giovanna Castelli, consulente commercialista di Federfarma «ma nei primi anni se n’è fatto un uso troppo disinvolto, eccessivamente sbilanciato a favore dei debitori e a svantaggio dei creditori. Una volta presa coscienza della distorsione, i Tribunali si sono irrigiditi ed ecco allora spiegate le percentuali della ricerca». «Il concordato» aggiunge Marcello Tarabusi, commercialista bolognese « è nei fatti una procedura in cui il debitore presenta un piano di rientro e, ottenuto il benestare del commissario nominato dal Tribunale, lo propone ai creditori che decidono se accettare o meno. L’alea dello strumento dunque sta principalmente in quest’ultimo passaggio: puoi presentare il piano più bello di questo mondo, ma se i fornitori si impuntano e dicono no, il fallimento è inevitabile. Al contrario, mi è capitato di vedere accettate proposte di ristrutturazione dell’indebitamento in cui il titolare scaricava sui creditori tutte le perdite». Difficile invece dire se le percentuali stimate dalla ricerca di Brescia valgano anche per le farmacie: «Non dispongo di dati di dimensione nazionale» ammette Tarabusi «posso però dire che nella mia città si sono registrati negli ultimi anni tre fallimenti e in due casi si era tentato il concordato. Più in generale, si può dire che le farmacie gravate da una crisi soltanto patrimoniale ma con un flusso di cassa sano - e senza un pesante indebitamento riconducibile al titolare - hanno più probabilità di trovare in questa procedura un valido sostegno».
Resta da capire quali opportunità possa seriamente offrire oggi lo strumento del concordato preventivo. «Impossibile dirlo a tavolino» è la replica di Tarabusi «ogni caso fa storia a sé e segue le sue logiche». «Se non altro» aggiunge Castelli «c’è la sensazione che le richieste di concordato preventivo presentate ai tribunali siano in calo. E’ come se il fenomeno fosse in contrazione: del resto, le farmacie soggette a maggiore instabilità sono quelle in cui il titolare ha comprato quando i valori di mercato erano più alti e ha finanziato gran parte dell’acquisto con l’indebitamento. Chi non ci stava più ha già passato la mano o lo sta facendo, esaurita questa platea rimangono solo le farmacie sane. E intanto la “bolla” si è già sgonfiata: oggi le farmacie si vendono a prezzi molto più vicini al loro reale valore – tra lo 0,7 e l’1,2 del fatturato annuo – e le banche non concedono più mutui per somme superiori al 60% del costo di acquisto della farmacia».
E poi c’è Farmacia Si Cura, il programma di tutoraggio messo in campo da Credifarma, Farmafidi e Promofarma che offre alle farmacie un percorso guidato per uscire dall’eccessivo indebitamento. (AS)

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