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Parallel trade, in Germania crescono critiche a norme pro importazioni

06/09/2016 23:01:59
Trovano sempre meno sostenitori, in Germania, le norme sul parallel trade che impongono alle farmacie di acquistare farmaci importati per un valore pari ad almeno il 5% del loro magazzino. E che fanno della Germania il primo mercato europeo per gli esportatori paralleli, con una quota del 54% (la Gran Bretagna, seconda, si ferma al 15%). La prima a schierarsi ufficialmente contro la normativa, in vigore dal 2004 con varie modifiche, era stata a maggio la Dav (Deutsche apothekerverband), ossia la “costola” sindacale dell’Abda, l’associazione dei farmacisti tedeschi. Poi, a sorpresa, ha preso posizione dalla stessa parte del campo anche l’Aok del Baden-Württemberg, per capirci una delle più gradi Asl della Germania federale. E a giugno, Dav e Azienda sanitaria hanno pubblicato un comunicato congiunto nel quale si esprimono forti critiche al sistema del parallel trade.

L’obiettivo dell’inedito sodalizio è quello di fare in modo che nella nuova legge sull’assistenza farmaceutica, attesa per fine anno, vengano impartite modifiche importanti alle regole sulle importazioni. Nella bozza di progetto legislativo messa a punto dal Governo, a dire il vero, non c’è traccia per ora di interventi sul tema, ma la versione finale uscirà soltanto tra un paio di settimane e poi dovrà prendere la strada dell’Assemblea per la conversion in legge. E già ora i due partiti della Grosse Koalition, Cdu e Spd, ossia la maggioranza che sostiene il governo Merkel, hanno annunciato di voler ridurre la quota obbligatoria di parallel trade.

L’avversione delle farmacie tedesche per i farmaci importati nasce da considerazioni prettamente economiche: il compenso a pezzo che i titolari percepiscono è esattamente lo stesso del medicinale di produzione nazionale, ma ordinarli e gestirli richiede più tempo e lavoro, quindi è più costoso. Inoltre, come sanno bene i farmacisti italiani, nel circuito tedesco dell’import parallelo sono finiti in diverse occasioni farmaci contraffatti o rubati, con rischi non indifferenti per la salute pubblica. La richiesta di Dav e Aok del Baden-Württemberg, quindi, è quella di abolire la quota obbligatoria del 5%, perché a guadagnare dal sistema ora sono solo gli importatori e i risparmi generati sono persino inferiori a quelli che si otterrebbero puntando ancora più convintamente sui generici.

Se la probabilità che alla fine qualche modifica sul parallel trade passi sono alte, i contenuti effettivi degli interventi dipenderanno anche dal concerto complessivo dei provvedimenti impartiti dal progetto di legge. Il testo, infatti, nasce per ben altre intenzioni, ossia rivedere la legislazione del 2011 sui prezzi dei farmaci. Prima, come noto, le aziende farmaceutiche potevano determinare liberamente i prezzi di vendita al pubblico; da quell’anno, invece, è entrato in vigore un nuovo sistema nel quale i prezzi rimangono liberi soltanto per dodici mesi dall’immissione in commercio, nei quali produttore e servizio sanitario devono negoziare il costo di acquisto. Dopo un quadriennio, però, il nuovo meccanismo ha deluso un po‘ tutti: l’industria lamenta ricavi troppo bassi, le Aok accusano i produttori di gonfiare eccessivamente i prezzi nel primo anno di commercializzazione. Tra le soluzioni prospettate, quella di tornare a un sistema più flessibile ma con tetti legati ai fatturati complessivi delle aziende. E forse il parallel trade diventerebbe meno appetibile. (AS)

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