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Le farmacie tedesche chiedono stop a incentivi import

07/05/2016 07:52:21
Con la fine dell’anno, la Germania potrebbe non essere più il paradiso degli esportatori paralleli che fanno incetta di farmaci nei Paesi del sud Europa. Tutto dipende da ciò che conterrà la nuova legge sui farmaci, che il Parlamento deve approvare entro dicembre sulla base di una proposta alla quale il governo di Berlino sta lavorando in queste settimane. Nei giorni scorsi l’Abda, la Federfarma tedesca, ha chiesto che il testo revochi le disposizioni con cui da più di dieci anni le assicurazioni sanitarie (in Germania vige un sistema mutualistico) sfruttano il parallel trade per calmierare la loro spesa farmaceutica. A dettarle per prima fu la legge per la protezione sociale del 2004, che impose alle farmacie la sostituzione del farmaco prescritto con prodotti importati per una quota compresa tra il 5 e il 7% del loro magazzino, a patto che il farmaco “straniero” avesse un prezzo al pubblico inferiore di almeno il 15% a quello “indigeno”.

Quella norma fece velocemente lievitare le importazioni tedesche di farmaci, che a valori triplicarono nel giro di sei anni: nel 2004 non coprivano più del 4,8% mercato nazionale, nel 2010 erano arrivate al 12,7%. Quell’anno una nuova disposizione che alzò dal 6 al 16% lo sconto dovuto dalle industrie alle casse malattia impartì un alt allo sviluppo dell’import (che per tre anni rimase a una quota di mercato del 10% circa, perché era diventato meno conveniente acquistare sui mercati esteri e rivendere in Germania) ma dal 2014 lo sconto è ridisceso al 7% e il parallel trade ha ripreso a prosperare. Soprattutto sui farmaci oncologici e ad alto tasso di innovazione, dove la differenza di prezzo con altri Paesi è particolarmente elevata.

Il risultato è che oggi la Germania è un vero e proprio “aspirapolvere” che risucchia farmaci dagli altri Paesi europei: secondo quanto riporta Ims Health nel Libro bianco del parallel trade, il 54% delle importazioni di farmaci tra Stati europei ha per destinazione la Germania; giusto per valutare la dimensione, il Paese successivo in classifica (la Gran Bretagna) vanta una quota del 15% e il terzo, la Svezia, si ferma al 10%.

Come detto, però, il primato non piace alle farmacie tedesche. Che in una memoria inviata al governo nelle settimane scorse, propongono consistenti modifiche alla normativa. La considerazione di fondo è che il parallel trade non ha garantito negli anni grandi risparmi. Anzi, dicono all’Abda, in alcuni casi il prodotto d’importazione dimostra di avere un prezzo superiore a quello della versione generica del farmaco “nazionale” o anche dello stesso branded. E poi, ha ricordato di recente in un convegno a Berlino Fritz Becker, componente del comitato esecutivo dell’associazione, il parallel trade ha rivelato problemi di «affidabilità e sicurezza», come dimostrato anche da alcune indagini dell’Aifa (che hanno portato alla luce ricommercializzazioni in Germania di farmaci rubati in Italia o falsificati nell’est Europa).

Alla luce di tali osservazioni, la proposta dell’Abda è quella di istituire un meccanismo sul modello “prezzo di riferimento” in cui la scelta del farmaco da dispensare non deve cadere obbligatoriamente sul prodotto di importazione ma va fatta in un terzetto formato dalle specialità dal prezzo più basso, a prescindere dalla provenienza. Ancora non è nota l’accoglienza che il governo riserverà alla proposta, ma secondo fonti dell’Abda contattate da Filodiretto è consigliabile restare in cauta attesa. Ed è quello che faranno anche le farmacie italiane, vista la relazione di causa-effetto che c’è tra import tedesco e carenze di casa nostra. (AS)

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