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Grande distribuzione in rosso, e forse non solo per colpa della crisi

10/01/2015 15:01:24
C’è chi lo ha definito l’anno nero della gdo. Colpa dei dati di vendita con cui i vari format della distribuzione hanno chiuso il 2014: discount a parte, sono tutti in netto rosso: secondo le ultime rilevazioni di Gdonews, gli ipermercati fanno segnare un -2,70% rispetto al 2013 e un -4,91% a dicembre (sullo stesso mese dell’anno precedente); meno peggio i supermercati, -1,85% sull’anno e -3,46% a dicembre; in “coma” anche il libero servizio, -3,01% sull’anno e -4,40% a dicembre. La crisi, si dirà. Ma forse non è soltanto quella. Secondo una fetta di addetti ai lavori, infatti, i problemi che sta vivendo la gdo avrebbero radici più profonde. E' una tesi che sta prendendo piede soprattutto nei paesi anglosassoni, dove il modello del consumo di massa ha visto la luce. E dove c’è chi si chiede se a 50 anni dalla sua nascita, la grande distribuzione non abbia già imboccato la sua parabola discendente. Lo dice a chiare lettere, in un’intervista a un periodico britannico, Mark Price, managing director di Waitrose, importante catena di supermercati: il consumatore medio ha sempre meno tempo a disposizione e la spesa settimanale sta diventando un rito sempre meno praticato, mentre prende invece piede la tendenza ad acquistare ovunque, e solo per la sera stessa. «Le persone acquistano gli alimentari solo per il consumo immediato» osserva «l’idea di riempire il carrello per la spesa settimanale è ormai un retaggio del passato. Questa condizione sta fondamentalmente cambiando il mercato». Per Price, in sostanza, si continuano a costruire supermercati pensati per il “vecchio mondo”, quando invece è alle porte un cambiamento «che si verifica una volta ogni 50 o 60 anni. L’ultimo grande cambiamento fu il supermercato stesso, negli anni 50. Penso che ciò che si vede oggi sia ugualmente fondamentale».
Comincia a declinare il rito della spesa settimanale e si riscopre il punto vendita collocato nel suo contesto urbano. In un articolo uscito su la Repubblica di giovedì scorso, Federico Rampini si sofferma sulla crisi che negli Usa stanno vivendo gli shopping mall, ossia i centri commerciali. Negli ultimi dieci anni hanno già chiuso i battenti in una decina e le previsioni parlano di un’altra sessantina di chiusure nel futuro più prossimo. Tanto che tra gli esperti c’è già chi preconizza l’estinzione di questa classe di ipermercati. Non per colpa della crisi, perché gli Stati Uniti sono in netta ripresa, i consumi crescono e l’occupazione sale: il fatto, spiega Rampini, è che sembra aver ormai fatto il suo tempo il modello di acquisto che era alla base del mall: lo shopping settimanale e interclassista, che chiamava a raccolta in un unico luogo classi lavoratrici, media borghesia e ceti più abbienti. Il 2015 potrebbe dire come stanno le cose.

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