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Il Risorgimento? È passato in farmacia. Il ruolo dei farmacisti nell’Unità d’Italia

16/03/2011 11:48:00

Il 17 marzo si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia e anche noi vogliamo ricordare il ruolo che i farmacisti hanno svolto nel processo di unificazione, favorendo la diffusione dello spirito risorgimentale, facendo spesso delle farmacie luoghi dove si svolgevano riunioni segrete e si “cospirava” e in molti casi mettendo in gioco la propria vita in nome degli ideali di unità e di Patria. Basta, infatti, digitare sui principali motori di ricerca su internet parole chiave come “farmacisti” “patrioti” “risorgimento” per trovare nomi ed episodi riguardanti farmacisti che hanno preso parte alle lotte per l’Unità d’Italia.
Ricordiamo, ad esempio, il farmacista “carbonaro” Policarpo Bandini, titolare di una farmacia a Siena, iscritto all’associazione “Fratelli di Bruto”. Diversi membri di questa società segreta vengono arrestati dalla polizia granducale nel 1832, mentre Bandini esce indenne dalle indagini, mantenendo un ruolo di primo piano sulla scena imprenditoriale e politica nella Toscana dell’Ottocento. Non altrettanto fortunato è Cesare Albertini, farmacista a Quingendole ed esponente della carboneria mantovana. Albertini viene arrestato nel 1822 dalla polizia e condannato a morte nel 1823, ma la sua pena viene commutata a 15 anni di carcere duro. Viene trasferito nella famigerata prigione dello Spielberg (quella dove Silvio Pellico scrive “Le mie prigioni”), dove muore dopo nove anni di reclusione.
Viene condannato a diversi anni di galera anche Rocco Morgante, farmacista di Fiumara (Reggio Calabria), per i moti che si verificano nel regno borbonico nel 1849. Dopo aver passato dieci anni nelle prigioni del Regno, la sua pena viene commutata nella deportazione in America. Liberato durante il viaggio per mare insieme ad altri patrioti, riesce a rifugiarsi in Piemonte ed è uno dei venti farmacisti che partecipano alla spedizione dei Mille.
Un altro farmacista che si mette in luce per la sua attività “sovversiva” è Etevoldo Bocelli che, nel 1850, è costretto dalla polizia a chiudere la propria farmacia a Colorno (Parma), divenuta ritrovo dei liberali, e ad abbandonare la città. Vi ritorna per organizzare un gruppo di armati con i quali entra a Parma, dopo la fuga della duchessa Maria Luisa.
Anche Epaminonda Farini, arrestato nel 1852 per aver fondato a Russi (Ravenna) un comitato segreto di insurrezione e tradotto nelle carceri di Bologna, è un farmacista. Dopo varie traversie, si trasferisce a Lugano per unirsi a Mazzini e lì esercita la professione di farmacista. Nel 1866 segue Garibaldi nella campagna del Trentino. Tornato in Romagna, trascorre gli ultimi anni della sua vita a San Pietro in Vincoli (Ravenna), gestendo una farmacia.
I farmacisti partecipano anche alle Guerre di Indipendenza per liberare le Regioni del nord dal dominio austriaco. A titolo di esempio, ricordiamo che tra i combattenti italiani nella storica battaglia di Curtatone e Montanara c’è Luigi Guerri, primo farmacista ordinario di Chimica farmaceutica a Firenze, capitano dei bersaglieri, ferito e fatto prigioniero. Stessa sorte anche per Michele Filaci, calabrese, chimico-farmacista, che viene poi liberato, in occasione di uno scambio di prigionieri. Gregorio Rigo, farmacista di Torri del Benaco (Verona), partecipa, invece, alla III Guerra di Indipendenza, arruolandosi nel 3° reggimento del Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi. Ma i farmacisti non si segnalano solo per l’impegno nei combattimenti: partecipano anche alle attività di assistenza ai feriti. Del comitato sanitario, costituito a Parma in base alla Convenzione di Ginevra nel 1866 al momento dello scoppio della III Guerra di Indipendenza, fa parte anche il farmacista Antonio Gibertini.
Anche tra i Mille di Garibaldi non mancano i farmacisti, venti secondo le cronache, anche se nell’elenco dei 1089 partecipanti fornito dal Ministero della Guerra, compaiono solo 9 nominativi di persone che, al momento della stesura dell’elenco o della loro morte in battaglia, svolgono la professione di farmacista, agente o garzone di farmacia.
In queste fasi turbolente i farmacisti assumono spesso anche una funzione culturale importante nella diffusione delle idee progressiste, ospitando e sostenendo i patrioti o svolgendo l’attività di giornalisti e tipografi di pubblicazioni “sovversive”.
In alcuni casi, i farmacisti sono protagonisti anche, loro malgrado, degli avvenimenti drammatici di quegli anni. Succede, ad esempio, quando il generale piemontese Pinelli entra con le sue truppe a Pizzoli, in Abruzzo, e ordina il saccheggio. Durante l’operazione il generale viene colpito da un sasso alle spalle ed è ospitato e curato dal farmacista Alessandro Cicchielli. La sera, requisisce la villetta dello stesso farmacista per passarvi la notte. Nel rovistare nei cassetti dei mobili, il generale piemontese trova i ritratti del re Francesco II di Borbone e della regina Maria Sofia: la mattina dopo, davanti alla moglie, fa fucilare il farmacista nel giardino di casa.
Un altro farmacista che fa le spese della situazione di caos in cui precipita il Regno delle due Sicilie durante la spedizione dei Mille è Achille Giuva. Sposato e padre di quattro figlie, viene processato dai Borboni nel 1858 con l’accusa di “associazione illecita al vincolo segreto” e di “voci allarmanti contro il Real Governo”. Nel 1860, viene coinvolto nei tumulti scoppiati a San Giovanni Rotondo (Foggia), che vedono la popolazione, sobillata probabilmente da rappresentanti dei Borboni, trucidare 24 concittadini, portatori di idee patriottiche, tra i quali anche il farmacista Giuva.
Questi episodi sono solo alcuni tra i tanti che hanno visto coinvolti i farmacisti, ma ci fanno capire quale ruolo abbiano avuto i farmacisti nel Risorgimento e come la farmacia sia stata un punto di riferimento importante per tutti quelli che hanno creduto nell’Unità d’Italia, contribuendo così a scrivere la storia del nostro Paese.

        Paolo Betto
 

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