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Non aderenza, per esperti da trattare come una patologia

19/09/2013 10:46:27
I sistemi sanitari dovrebbero combattere l’insufficiente o mancata aderenza alle terapie con l’approccio e il trattamento che si riservano alle tradizionali patologie. L’indicazione arriva da un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Evidence, la rivista del Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) e merita di essere riportata per l’interesse che il tema riscuote oggi anche tra le farmacie del territorio. Quello della compliance alla terapia farmacologica, come si sa, è problema di crescente rilievo in tutti i paesi avanzati per i costi che comporta: secondo alcuni studi americani, il 30-50% degli adulti non segue adeguatamente le prescrizioni di farmaci a lungo termine, da cui sprechi per circa 100 miliardi di dollari all’anno. Nella lotta a tale in appropriatezza, poi, le farmacie rivendicano un ruolo che trae legittimazione dalla loro mission e dalla prossimità con il paziente a maggior rischio di “non aderenza”, l’anziano in politerapia.
Come detto, la tesi dell’articolo (firmato da Antonino Cartabellotta, presidente del Gimbe) è che la non compliance andrebbe trattata alla stregua di una condizione clinica diagnosticabile e trattabile. Attualmente, invece, uno dei metodi più utilizzati per individuare casi di non aderenza è quello di chiedere apertamente al paziente se ha difficoltà nel rispettare la ricetta del medico, nella convinzione che la risposta sia affidabile. Risultato, le cause che spesso si nascondono dietro all’assenza di compliance non vengono realmente individuate e affrontate.
Per l’autore, invece, la non aderenza va diagnosticata come una malattia, attraverso l’analisi dei comportamenti espressi dal paziente. Allo scopo l’articolo elenca sei casistiche di riferimento: il paziente non è consapevole dell’importanza di seguire le prescrizioni farmacologiche per la sua salute e il suo benessere a lungo termine; il paziente è convinto che i benefici legati all’assunzione dei farmaci non siano superiori all’impegno richiesto per seguire la terapia; la gestione della terapia farmacologica è troppo complessa per il paziente; il paziente non è sufficientemente vigile; il paziente ha convinzioni personali sui farmaci errate, irrazionali o conflittuali; il paziente non è convinto dell’efficacia del farmaco.
L’obiettivo, quindi, dovrebbe essere quello di diagnosticare la non aderenza e definire il trattamento sulla base di tale casistica. Sempre per l’autore, poi, la cartella clinica del paziente dovrebbe riportare anche gli indicatori di compliance per agevolare la condivisione di tali informazioni tra i professionisti e tracciare i progressi della “cura”. Inoltre, è fondamentale che in questa documentazione vengano integrate le informazioni sulla compliance riportate dallo stesso paziente.
Ma l’articolo si spinge anche più in là e propone l’organizzazione di screening periodici nella popolazione adulta per la non-compliance farmacologica. Diversi studi, in particolare, hanno dimostrato che interventi educazionali prolungati nei confronti del paziente migliorano l’aderenza in diverse patologie croniche tra le quali ipertensione, iperlipidemia, insufficienza cardiaca e infarto del miocardio. Per la farmacia, si aprirebbero spazi professionali allettanti. (AS)

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