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Ricerca, un medico su 10 cambia spesso farmaco se lo dice l’Asl

25/02/2017 07:39:59
Un medico su dieci cambia spesso il farmaco prescritto al paziente su pressione dell’Asl, che vuole venga privilegiata l’alternativa meno cara. E’ quanto spunta dall’indagine sull’aderenza terapeutica condotta da Cittadinanzattiva e presentata nei giorni scorsi a Roma. Basata sulle risposte fornite da un campione di circa 800 medici, un quarto dei quali generalisti o pediatri di libera scelta, la ricerca ha messo in classifica i fattori che più incidono sulla sostituzione di un farmaco o di una terapia nella penna del curante. Un prescrittore su tre, per esempio, afferma di cambiare farmaco ogni volta che il paziente mostra scarsa tolleranza al prodotto di prima scelta; più di uno su tre dice di sostituire «sovente» sulla base delle indicazioni o delle linee guida provenienti dal mondo scientifico; e più di uno su cinque cambia «sempre» quando la prima terapia si mostra inefficace.

Ma i medici del campione ammettono di modificare i trattamenti in base a motivi anche amministrativi. Per esempio, quasi un medico su 20 dice di procedere «sempre» alla sostituzione del farmaco se è soggetto a carenze, mentre uno su dieci sostiene di farlo «frequentemente». Tutt’altro che rari anche i cambi di terapia indotti dalla direzione generale dell’Asl, per motivi meramente economici: dichiara di cambiare «di frequente» un medico su dieci e «talvolta» uno su tre. Due tassi che non fanno felice il segretario nazionale della Fimmg, Silvestro Scotti. «Visto che sono presidente dell’Ordine dei medici di Napoli» commenta a Filodiretto «se leggessi questi dati vestendo tali panni, convocherei subito tutti questi medici davanti al consiglio di disciplina, perché una terapia si cambia per ragioni cliniche, non su intervento dell’Asl. E’ vero che nel nostro codice deontologico si parla di sostenibilità delle cure, ma prima viene l’interesse del paziente: si sostituisce un farmaco quando non è tollerato, non perché così conviene all’Azienda sanitaria. Anche se, devo dire, ho qualche perplessità sulle cifre che emergono dalla ricerca».

Preso atto dei dubbi, resta comunque l’impressione che ormai la penna del medico sia costretta a convivere con le pressioni dell’Asl più ancora che con la sostituibilità in farmacia. «A me preoccupano tutti i fattori che in qualche modo riscrivono ciò che esce dalla penna del prescrittore» è la replica di Scotti «nel caso della sostituibilità è un problema di interpretazione delle norme: per me la sostituzione può scattare soltanto con il paziente naive e nient’altro, anche se ammetto che in determinate circostanze possano intervenire difficoltà nel circuito distributivo. Per quanto riguarda invece le pressioni esterne, siamo di fronte a un fenomeno che mette i medici di famiglia e le farmacie dalla stessa parte: fintanto che il generalista lavorerà “lontano” dall’Asl, riuscirà cioè a mantenersi indipendente da tutti gli algoritmi delle direzioni generali che cercano di dirgli cosa prescrivere e a chi prescriverlo, allora avrà bisogno di una farmacia altrettanto “lontana” dall’azienda sanitaria. Se invece il mmg finirà per diventare un “dipendente” del sistema, allora i farmaci potranno dispensarli ospedali, distretti o persino distributori automatici». (AS)

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