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Irpinia, il terremoto di 35 anni fa nei ricordi dei farmacisti

25/11/2015 07:09:23
Fanno 35 anni esatti dal terremoto dell’Irpinia. Trentacinque anni da quella domenica del 23 novembre 1980. La ricordano tutti come una giornata di sole, che molte famiglie trascorrono fuori casa, per poi correre la sera davanti alla tv a vedere 90° Minuto e la partita di calcio in differita. Perché quel pomeriggio si era giocato Juventus-Inter e allora non c’erano né la pay-tv né internet. Così come non c’erano la Protezione civile, le mappe del rischio idrogeologico, i piani di intervento e le unità di crisi. E così, quando alle 19.34 di quella domenica un terremoto di 6,9 gradi Richter fa sussultare l’Irpinia, è la tragedia: 2.914 morti e 8.848 feriti in 506 paesi di otto province (Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Foggia e Salerno), più di 280mila senza tetto.

In quei numeri moltissime farmacie e farmacisti. Un titolare perse la vita a Montoro Inferiore, un altro a Sant’Angelo dei Lombardi, che venne letteralmente spazzato via dalle carte geografiche. Tanti altri si diedero da fare nei giorni successivi per prestare aiuto e assistenza. Come testimoniano con i loro ricordi due presidenti di Federfarma Avellino, Mario Flovilla e Luigi Cardillo: «Impossibile dimenticare» racconta Flovilla «nel mio paese, Montecalvo Irpino, subimmo danni di poco conto perché il sisma colpì nell’Irpinia meridionale, vicino alla Lucania. Ci vollero circa 24 ore perché si cogliessero le dimensioni del disastro; non c’era la Protezione civile, che Zamberletti avrebbe creato proprio in seguito al terremoto, quindi gli aiuti furono organizzati direttamente dai sindaci dei comuni campani». Da Montecalvo Irpino, così, partì una delle prime colonne: «Avevamo già avuto l’esperienza di un sisma, nel ’62, sapevamo cosa fare: il sindaco chiamò me e il medico condotto, allora si chiamava così, radunammo volontari e generi di prima necessità e partimmo». La destinazione era Teora, l’epicentro del terremoto, ma ci vollero due giorni per arrivare. «Erano crollati i ponti, si girava con difficoltà. Quando giungemmo a destinazione ci misero in un campo sportivo, dove venne allestita una farmacia di emergenza sotto una tenda. Il paese era devastato, negli spogliatoi dell’impianto e nella scuola lì vicino vidi più di 300 bare e anche all’aperto l’aria aveva un odore strano. Cose così non le dimentichi».

Ricordi ancora nitidi pure per Luigi Cardillo, che il terremoto lo visse ad Avellino: «Quella domenica sera ero di turno» racconta «stavo per chiudere quando vidi all’improvviso gli scaffali ondeggiare; pensai fosse passato un camion pesante, poi i ripiani presero a sobbalzare e allora capii. Corsi in strada e cominciai a girare per la città, c’erano case lesionate e gente per le vie». Nella farmacia di Cardillo crollò una parete, molte altre in città subirono danni, ma il servizio per fortuna non si interruppe. «Quella notte la passai a parlare con politici e amministratori avellinesi, così seppi subito cosa era successo nel resto dell’Irpinia». Cardillo diede il suo contributo nella città ferita. «Piantammo tende e container per ospitare le farmacie lesionate, la fornitura di farmaci non si interruppe mai anche grazie agli aiuti di Federfarma e Fofi».

Ci vollero due giorni perché l’Italia intera cogliesse dell’entità del disastro: il terremoto aveva raso al suolo municipi, commissariati, caserme dei carabinieri, ospedali e ambulatori; i soccorsi convergevano senza alcun coordinamento e furono frequenti i casi di paesi “dimenticati” dalle colonne di intervento. Poi però la macchina del volontariato si mise in moto e tra i primi a mobilitarsi ci furono proprio sindacato e ordine dei farmacisti. «Furono fantastici» riprende Flovilla «soprattutto l’associazione titolari della Lombardia, che organizzò subito una spedizione di medicinali». Assieme ai farmaci il sindacato regionale, presieduto ai tempi da Alberto Ambreck, inviò anche alcuni dirigenti, che fecero una ricognizione nelle zone colpite per individuare le aree dove il servizio era venuto a mancare, perché le farmacie erano andate distrutte o lesionate. Si decise così di intervenire a Teora, Calabritto e Carife, dove in un mese Federfarma Lombardia inviò tre farmacie prefabbricate, complete di medicinali, arredi, laboratorio e servizi. Furono acquistate direttamente dai titolari lombardi, che si autotassarono per reperire i fondi. «La farmacia di Carife» ricorda ancora Flovilla «venne smontata soltanto una decina di anni fa». (AS)

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